Esiste un legame tra alta sensibilità e infiammazione cronica?

È una domanda che mi accompagna ultimamente e alla quale, almeno per ora, non ho la pretesa di offrire una risposta definitiva. Le righe che seguono non sono un saggio né uno studio scientifico, ma l’esplorazione di una domanda nata dalla mia esperienza e dall’osservazione delle persone che ho accompagnato nel corso degli anni attraverso il lavoro sul corpo, sul respiro e sull’ascolto interiore.

Ad oggi non esistono ricerche che dimostrino un rapporto diretto di causa-effetto tra alta sensibilità e infiammazione cronica e non è certo ciò che intendo sostenere.

Esiste però un terreno che la scienza riconosce da tempo: lo stress cronico, il sistema nervoso e il sistema immunitario non sono compartimenti separati. Comunicano. E ciò che viviamo, il modo in cui abitiamo il mondo, la qualità del nostro recupero, la presenza o meno di una tensione prolungata, lasciano tracce nell’organismo. Su questo, discipline come la psiconeuroimmunologia e tradizioni millenarie come l’Ayurveda e lo Yoga convergono, pur usando linguaggi molto diversi.

La mia esplorazione nasce dalla relazione profonda che esiste tra l’esperienza vissuta e il corpo. Un corpo che non considero soltanto il luogo in cui accadono i processi biologici, ma anche lo spazio in cui ogni esperienza lascia una traccia. È nel corpo che prendono forma gli impulsi che ci portano ad agire o reagire agli eventi e, allo stesso tempo, è nel corpo che si depositano le conseguenze di quelle stesse esperienze. Per questo motivo mi interessa osservare anche il dialogo continuo che si crea tra ciò che viviamo e il modo in cui il nostro sistema cerca, di volta in volta, di adattarsi.

La sensibilità non è fragilità

A seguito di quanto ho sinora scritto, ritengo di poter escludere il rischio di cadere nell’equivoco frequente su ciò che significa essere Persone Altamente Sensibili. Per questo articolo non mi dilungherò ulteriormente sull’argomento, rimandando il lettore agli altri approfondimenti presenti sul sito. Tuttavia, mi permetto di richiamare un concetto che considero importante per preparare il terreno alla riflessione che seguirà.

Una Persona Altamente Sensibile può entrare in una stanza e cogliere sfumature che ad altri sfuggono. Può accorgersi di un cambiamento nel tono di voce di un collega, percepire una tensione non espressa all’interno di una relazione o notare dettagli dell’ambiente che passano inosservati alla maggior parte delle persone. Non si tratta necessariamente di una capacità straordinaria. È piuttosto una modalità di funzionamento del sistema nervoso che porta a raccogliere e processare una quantità maggiore di informazioni.

Diversi ricercatori, tra cui Michael Pluess, hanno inoltre portato un’ulteriore sfumatura a questo tema sviluppando il concetto di sensibilità ambientale. Secondo questa prospettiva, alcune persone risultano particolarmente influenzate dagli stimoli del contesto, nel bene e nel male. In ambienti favorevoli tendono a beneficiare maggiormente delle esperienze positive; in ambienti sfavorevoli possono invece risentire più profondamente degli effetti dello stress.

Questa osservazione apre una riflessione interessante.

Se una persona elabora gli stimoli in modo più profondo, se tende a cogliere più informazioni, se rimane più a lungo coinvolta da ciò che accade intorno a lei, quali conseguenze può avere tutto questo nel lungo periodo? Non sto parlando soltanto di emozioni, sto parlando di energia, di attenzione, di recupero e di risorse interne. Spesso ho osservato che molte PAS vivono una sorta di fatica invisibile, una fatica che non sempre nasce da eventi drammatici o traumatici; talvolta deriva dall’accumulo di piccole sollecitazioni quotidiane che, considerate singolarmente, sembrano irrilevanti ma che nel tempo costruiscono un carico significativo.

La domanda che mi accompagna da tempo è questa: che cosa accade quando questa modalità di abitare il mondo non trova momenti sufficienti di recupero? Che cosa succede quando il sistema nervoso rimane esposto troppo a lungo a un livello di attivazione che, pur non essendo drammatico, diventa costante?

È qui che il tema dell’infiammazione ha iniziato a entrare nella mia riflessione. Non come risposta, ma come domanda.

Forse è anche per questo che, mentre scrivo queste righe, continuo a pensare a una storia che mi accompagna da anni. Una storia che tornerà più avanti e che, in parte, è all’origine delle domande che sto condividendo. Perché alcune riflessioni nascono dai libri e dalle ricerche, ma altre prendono forma quando una vita concreta ci costringe a guardare più da vicino ciò che pensavamo di avere già compreso.

L’infiammazione è una delle parole che sentiamo spessissimo, tanto che sembra essere diventata la normalità. È il processo biologico di cui più spesso sentiamo parlare eppure rimane tra i meno compresi nella sua dimensione più profonda.

Cosa dice la scienza

La parola flogosi deriva dal greco phlogos — fiamma. Già nell’etimologia c’è tutto: il fuoco, qualcosa che scalda, arrossa, brucia.

«L’infiammazione è una parte, clinicamente importante, della risposta omeostatica del nostro organismo a un danno. I meccanismi attivati tendono a neutralizzare ed eliminare lo stimolo dannoso e a riparare la funzione e la struttura dei tessuti danneggiati.»— fonte Treccani, Universo del Corpo

E ancora:

«L’infiammazione è un meccanismo di difesa non specifico innato, che costituisce una risposta protettiva all’azione dannosa di agenti fisici, chimici e biologici.»— fonte Wikipedia, voce Infiammazione

Lo Yoga e l’Ayurveda, sistema medico tradizionale indiano con oltre cinquemila anni di storia, hanno sempre guardato il tutto e non soltanto le singole parti, descrivendo l’infiammazione con un vocabolario diverso. Pur partendo da modelli molto diversi tra loro, alcune conoscenze dell’Ayurveda entrano oggi in dialogo con le conoscenze contemporanee sullo stress, sulla regolazione dell’organismo e sull’equilibrio psicofisico. Non si tratta di sovrapporre sistemi di pensiero differenti, ma di osservare come tradizioni nate in epoche e contesti lontani abbiano cercato, ciascuna con il proprio linguaggio, di comprendere la complessa relazione tra corpo, mente ed esperienza.

L’Ayurveda descrive l’essere umano attraverso tre energie: Vata, Pitta e Kapha. In queste righe poniamo la nostra attenzione su Pitta, il fuoco, non perché gli altri non contino, ma perché è lui che tiene i fili di questa conversazione.

Pitta governa la trasformazione, la digestione e la capacità di elaborare ciò che riceviamo. Quando il fuoco è in equilibrio, rappresenta una delle risorse più preziose che possiamo avere: una mente chiara, una digestione efficiente — del cibo e delle esperienze — capacità decisionale, entusiasmo e slancio vitale.

Quando invece si altera in eccesso a causa di alimentazione non adatta, stress o emozioni non elaborate, il fuoco perde la sua direzione e inizia a bruciare ciò che non dovrebbe. L’alterazione può naturalmente avvenire anche nel senso opposto, in carenza, e in questo caso la digestione rallenta, il metabolismo si fa più lento e può comparire una sensazione di pesantezza. Anche la mente può rispecchiare questa condizione attraverso apatia, difficoltà a iniziare o una maggiore tendenza a rimanere ancorati al passato.

Se dovessimo fissare un punto fermo prima di proseguire, è proprio questo: quando la fiamma perde il suo equilibrio, qualcosa nel nostro modo di adattarci al mondo inizia a chiedere attenzione.

Quando il sistema nervoso non trova tregua

Dall’alterazione della fiamma ritroviamo una parola che ritorna spesso nella vita delle Persone Altamente Sensibili: sovraccarico. Non si tratta necessariamente di un sovraccarico evidente che si manifesti sempre attraverso crisi o momenti drammatici, piuttosto una forma di sovraccarico più silenziosa e difficile da riconoscere. Una stanchezza che persiste anche dopo aver riposato, una difficoltà a recuperare energie, quella sensazione di essere costantemente “in funzione”, come se una parte di sé restasse vigile anche quando non ce ne sarebbe più bisogno.

Per comprendere meglio questo fenomeno è utile osservare il ruolo del sistema nervoso. Ogni giorno il nostro organismo riceve una quantità enorme di informazioni provenienti dall’ambiente esterno e dal mondo interno: rumori, immagini, relazioni, richieste lavorative, preoccupazioni, cambiamenti, aspettative, segnali corporei. Il sistema nervoso ha il compito di elaborare tutto questo e di decidere, istante dopo istante, quali informazioni meritino attenzione e quali possano essere lasciate sullo sfondo, e per una Persona Altamente Sensibile questo processo avviene con una profondità maggiore. È come se ogni esperienza lasciasse una traccia leggermente più profonda e può comportare anche una maggiore esposizione alla fatica quando mancano tempi e spazi adeguati per recuperare.

Negli ultimi anni la ricerca sullo stress ha mostrato come non sia necessariamente l’intensità di un singolo evento a creare difficoltà per l’organismo, quanto piuttosto la permanenza prolungata in uno stato di attivazione. A tal proposito, il neuroscienziato Bruce McEwen ha descritto questo fenomeno attraverso il concetto di carico allostatico, ovvero il prezzo che il corpo paga quando è costretto ad adattarsi continuamente a richieste e pressioni senza avere sufficienti occasioni di recupero.

Trovo questo concetto particolarmente interessante perché sposta l’attenzione da ciò che ci accade alla modalità con cui il nostro organismo è costretto a rispondere nel tempo. Non è sempre il singolo evento a lasciare il segno. Talvolta è la somma di molte richieste apparentemente gestibili, sostenute giorno dopo giorno senza un recupero adeguato. Come una corda che non viene mai lasciata andare completamente, il sistema continua a fare il proprio lavoro, ma a un costo crescente.

In altre parole, il problema non è sempre rappresentato dagli eventi eccezionali o dai grandi traumi, ma da quella tensione costante che può accompagnare la vita quotidiana quando il sistema nervoso rimane troppo a lungo impegnato ad adattarsi senza riuscire a recuperare pienamente.

Osservata attraverso la lente dell’alta sensibilità, questa prospettiva apre domande interessanti. Molte PAS trascorrono gran parte della propria vita elaborando, adattandosi, cercando di comprendere ciò che accade intorno a loro. Un processo spesso invisibile agli occhi degli altri, ma che richiede una notevole quantità di energia, e spesso il sovraccarico nasce da qualcosa di ordinario: ambienti rumorosi, ritmi accelerati, richieste continue, relazioni complesse, la difficoltà di trovare spazi di silenzio o la tendenza a mettere costantemente i bisogni altrui davanti ai propri.

Molte PAS trascorrono anni cercando di adattarsi a contesti che raramente sono progettati per rispettare il loro funzionamento naturale. Ambienti rumorosi, esposizione continua agli stimoli, aspettative di produttività costante, richieste sociali incessanti. A questo si aggiunge spesso un elemento che incontro frequentemente nei percorsi di crescita personale: l’abitudine a ignorare i segnali di saturazione, e il risultato non è necessariamente una sofferenza immediata ma qualcosa di più sottile, una sorta di tensione di fondo che diventa abituale. Così abituale da non essere quasi più percepita.

Questo è uno degli aspetti che più si palesa nel lavoro con le persone: la capacità dell’essere umano di adattarsi è straordinaria, ma proprio questa capacità può rendere invisibili condizioni che, nel tempo, consumano molte più risorse di quanto immaginiamo. Incontro spesso persone che hanno imparato a convivere con questa condizione per anni, imparando a “funzionare”, ad essere efficienti, prendersi cura degli altri e a gestire responsabilità importanti senza accorgersi che, sotto questa apparente normalità, il corpo continua a inviare piccoli segnali. A volte si tratta di insonnia, altre volte di affaticamento persistente, tensioni muscolari, difficoltà digestive, dolori ricorrenti o condizioni infiammatorie che sembrano comparire e riaccendersi nei momenti di maggiore pressione.

Esiste una relazione tra ciò che il corpo sta vivendo e il contesto di vita in cui quel corpo è immerso ed è qui che la domanda iniziale torna a farsi sentire.

Se lo stress cronico può influenzare il funzionamento del sistema immunitario e se molte Persone Altamente Sensibili vivono più facilmente condizioni di sovraccarico prolungato, potrebbe esistere un terreno comune che merita di essere esplorato? Non ho una risposta definitiva, ho però imparato a considerare questa domanda con rispetto, perché, prima ancora di cercare spiegazioni, ci invita a osservare qualcosa che spesso trascuriamo: il modo in cui abitiamo la nostra vita lascia inevitabilmente tracce nel nostro organismo.

Quando il corpo sembra chiedere attenzione

Fin qui abbiamo raccolto indizi. Ora è il momento di osservare come questi fili possano intrecciarsi all’interno di una vita reale, e per questo voglio condividere una storia vera, raccontata attraverso un nome di fantasia. È la storia che mi ha accompagnata silenziosamente lungo tutto questo articolo e che, come accade nelle trame che si rispettano, si svela solo alla fine. Veronica.

La sua storia non rappresenta una prova e nemmeno un modello universale. Ogni persona è diversa e ogni esperienza merita di essere considerata nella sua unicità. Tuttavia, il suo percorso mi ha aiutata a formulare molte delle domande che accompagnano queste pagine.

Quando Veronica iniziò il suo percorso di ascolto corporeo non era alla ricerca di risposte sull’infiammazione. Come molte Persone Altamente Sensibili, aveva trascorso gran parte della vita cercando di adattarsi al mondo circostante. Senza sapere di essere una PAS, aveva imparato a convivere con una costante sensazione di fatica, alternando momenti di ritiro che percepiva come necessari per sopravvivere, a lunghi periodi nei quali si sforzava di essere come tutti gli altri.

Con il tempo aveva costruito un’immagine di sé forte, competente e resistente. Una strategia che le aveva permesso di affrontare molte difficoltà, ma che richiedeva un enorme investimento di energia. Dietro quella forza esisteva una sensibilità che per anni aveva cercato di proteggere, spesso nascondendola persino a sé stessa. Attraverso il lavoro sul corpo iniziò gradualmente a emergere una percezione diversa, non fu una rivelazione improvvisa piuttosto un processo lento. Alcune parti della sua storia iniziarono ad assumere un significato nuovo e alcuni comportamenti che aveva sempre interpretato come limiti o fragilità apparvero sotto una luce differente.

Come accade spesso nei percorsi profondi, il cambiamento non seguì una linea retta: ci furono momenti di apertura e momenti di chiusura, passi avanti e soste inattese, esperienze che sembravano portare chiarezza e altre che generavano nuove domande. Nel frattempo il corpo continuava a raccontare qualcosa: durante il percorso emerse un elemento della sua storia che fino a quel momento era rimasto ai margini della consapevolezza. Veronica era nata con entrambi i piedi torti e, nelle prime settimane di vita, aveva trascorso lunghi periodi immobilizzata da ingessature che arrivavano fino alle anche. Naturalmente non conservava alcun ricordo cosciente di quel periodo eppure, nel lavoro corporeo, iniziarono ad affiorare sensazioni legate alla costrizione, all’impotenza, alla paura e alla mancanza di libertà di movimento. Il corpo sembrava conoscere una storia che la mente non era in grado di raccontare.

Nel mio lavoro ho imparato a non affrettarmi a spiegare fenomeni come questo. Mi interessa meno stabilire che cosa siano e più osservare ciò che accade quando trovano uno spazio sufficientemente sicuro per emergere. Nel corso degli anni ho visto molte persone entrare in contatto con vissuti che non comparivano nel racconto razionale della loro storia, ma che si manifestavano attraverso immagini, emozioni, sensazioni corporee o intuizioni improvvise; non considero questi momenti delle prove ma delle possibilità di ascolto, vere e proprie occasioni per osservare la propria storia da una prospettiva diversa.

Con il tempo Veronica iniziò a costruire una vita più vicina alla propria natura. Avviò la sua attività professionale, ritrovò fiducia nelle proprie capacità e iniziò a sentirsi meno in lotta con sé stessa, e poi arrivò un periodo particolarmente difficile: la perdita della madre la mise di fronte a un dolore profondo e, contemporaneamente, alla gestione di dinamiche familiari complesse, responsabilità pratiche e questioni burocratiche che sembravano non avere fine. Fu proprio in quel periodo che comparve una forte infiammazione all’anca sinistra, la diagnosi parlava di trocanterite, il dolore andava e veniva, sembrava migliorare per poi ripresentarsi, a volte diminuiva, altre tornava con intensità, e con il passare dei mesi la situazione stava assumendo caratteristiche sempre più croniche. La medicina aveva dato un nome a ciò che stava accadendo, e questo era importante: le diagnosi sono preziose, offrono orientamento, permettono di escludere condizioni più gravi e aiutano a individuare i percorsi terapeutici più appropriati. Tuttavia, parallelamente, continuavano ad emergere domande: perché proprio in quel momento? Perché proprio in quella fase della vita? Perché proprio mentre Veronica si trovava nuovamente immersa in una situazione che sembrava riportarla a una condizione di immobilità, di blocco e di impossibilità di procedere?

Più il percorso avanzava e più diventava evidente una cosa: non stava emergendo una causa, stava emergendo una trama composta da eventi, vissuti, adattamenti, dolori e risorse che appartenevano alla storia complessiva della persona, ed è proprio qui che la riflessione sull’infiammazione iniziò ad assumere per me un significato diverso.

Quando una storia trova finalmente parole

Ad un certo punto del percorso accadde qualcosa che allora mi colpì profondamente e che ancora oggi considero uno dei momenti più significativi di questa storia, un momento che, ancora oggi, considero uno spartiacque nella comprensione di ciò che stava accadendo.

Un giorno, quasi per caso, Veronica iniziò a parlare di un aspetto della propria infanzia che non aveva mai considerato particolarmente importante: raccontò di aver sofferto di enuresi notturna fino a circa sei anni e ricordò la vergogna che aveva accompagnato quel periodo della sua vita, la derisione da parte del fratello, l’imbarazzo, il timore del giudizio e soprattutto il senso di non essere adeguata agli occhi di sua madre. Mentre raccontava un episodio apparentemente semplice, qualcosa cambiò: le parole lasciarono spazio all’emozione e arrivarono le lacrime. Quel ricordo non era nuovo, ma era la prima volta che trovava uno spazio sufficientemente sicuro per essere vissuto in modo diverso; infatti quello che emerse non fu soltanto il ricordo di un fatto, fu il contatto con una parte di sé che per anni aveva portato il peso della vergogna, della paura di sbagliare e del bisogno di nascondere ciò che considerava inaccettabile. Non fu un passaggio facile e nemmeno rapido, ma fu vitale.

Nel mio lavoro ho osservato che le persone iniziano a vivere diversamente il proprio dolore fisico quando trovano uno spazio sicuro in cui ascoltare e integrare parti della propria storia che fino a quel momento erano rimaste ai margini della coscienza.

Ciò che accadde in seguito fu che, nel giro di alcune settimane, il dolore iniziò gradualmente a diminuire, l’infiammazione che per mesi aveva continuato ad alternare miglioramenti e ricadute sembrava perdere progressivamente la sua intensità. Ricordo ancora una frase che Veronica pronunciò in quel periodo:

“Quando ho smesso di combattere contro quell’infiammazione e ho iniziato ad ascoltarla, l’ho percepita come una confezione vuota. Come qualcosa che aveva terminato il proprio compito e che poteva finalmente essere lasciato andare.”

Non considero queste parole una spiegazione bensì una descrizione di un cambiamento profondo nel rapporto con il proprio corpo.

Veronica oggi convive ancora con alcune fragilità, come tutti, in fondo non esistono percorsi che rendano invulnerabili, esistono però percorsi che permettono di abitare la propria esperienza con maggiore consapevolezza ed è a questo punto che devo svelare qualcosa.

Veronica sono io.

La trama che ha tessuto queste righe, la persona che per anni ha cercato di comprendere che cosa stesse accadendo nel proprio corpo, la persona che ha iniziato a porsi domande quando le risposte che cercava non sembravano sufficienti a raccontare l’intera esperienza. Per molto tempo ho esitato a raccontare questa parte della mia storia, perché temevo che potesse essere interpretata come una dimostrazione o come la ricerca di una spiegazione semplice a un fenomeno complesso, e non è certo questo il senso con cui la condivido. La condivido perché è stata una delle esperienze che più hanno contribuito a trasformare il mio modo di guardare l’infiammazione. Da quel percorso personale è nato anche il seminario L’infiammazione come non l’avevi mai vista prima.

Non come alternativa alla medicina, non come risposta definitiva, ma come invito a considerare una prospettiva più ampia, una prospettiva nella quale il sintomo continua ad avere una dimensione biologica, ma può diventare anche una domanda che riguarda la nostra storia, il nostro modo di abitare il mondo e la relazione che intratteniamo con noi stessi.

L’infiammazione come domanda, non come risposta

Forse, arrivati fin qui, la domanda iniziale è rimasta aperta. In parte è così anche per me.

Non so se esista un legame diretto tra alta sensibilità e infiammazione cronica. Non conosco ricerche che consentano di affermarlo e non è questa la conclusione che desidero lasciare al lettore. Ciò che questo percorso mi ha insegnato, però, è che il sintomo raramente può essere compreso separatamente dal corpo e dalla storia della persona. Ogni esperienza si intreccia con le altre in modi che spesso sfuggono alla nostra comprensione e sarebbe riduttivo immaginare che un fenomeno complesso come l’infiammazione possa essere spiegato da una sola causa, biologica o emotiva che sia.

Per onestà intellettuale desidero ribadirlo con chiarezza: non credo che ogni infiammazione nasconda un conflitto emotivo, né che ogni sintomo possieda necessariamente un significato simbolico da decifrare. E soprattutto non credo che l’ascolto della propria storia possa sostituire una diagnosi medica, una terapia o il supporto di professionisti qualificati. Credo però che esistano domande che meritano di essere esplorate, perché una trama non può essere ridotta a una diagnosi e non può essere spiegata soltanto attraverso i sintomi: merita di essere ascoltata.

Quando oggi incontro una Persona Altamente Sensibile che convive con una condizione infiammatoria, non mi chiedo soltanto che cosa stia accadendo nel suo corpo, mi domando anche che cosa stia accadendo nella sua vita, quali richieste stia sostenendo, quanto spazio abbia per recuperare, quanto si senta autorizzata a fermarsi, quanto sia abituata ad ascoltare i segnali del proprio organismo prima che diventino impossibili da ignorare, perché fanno parte della sua storia.

Il punto non è stabilire se le Persone Altamente Sensibili si infiammino più degli altri ma riconoscere che vivere il mondo con maggiore profondità comporta anche una responsabilità particolare: quella di prenderci cura dell’equilibrio della nostra fiamma con la stessa attenzione che spesso riserviamo agli altri, permettendoci di osservare il corpo come parte di una trama più ampia.

Se ti stai chiedendo se sei una Persona Altamente Sensibile, puoi iniziare dal test sviluppato da Elaine Aron, disponibile gratuitamente sul mio sito. Non è una diagnosi: è uno specchio, un primo strumento di ascolto. Sul sito trovi anche altri articoli dedicati all’alta sensibilità — sulla fatica relazionale, sulla voce, sulla solitudine, sul modo in cui le PAS vivono il conflitto e le emozioni. Se questo testo ti ha toccata, probabilmente ne troverai altri che ti parlano.

E se senti che c’è qualcosa di più, qualcosa che riguarda il tuo corpo, la tua storia, il tuo modo di abitare il mondo, puoi contattarmi per una consulenza individuale.

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Sonia Cossar

Sono un’insegnante di yoga che ti aiuta a ritrovare l’equilibrio e la serenità attraverso un percorso personalizzato.

Attraverso le mie lezioni, la consapevolezza e i trattamenti energetici, ti accompagno in un viaggio di trasformazione interiore.

Ho una particolare attenzione e cura per le Persone Altamente Sensibili PAS/HSP.