Ti è mai capitato di non riuscire a toglierti di dosso un litigio?
Un litigio scoppia, i toni si alzano, le parole diventano taglienti, le persone si barricano nelle proprie ragioni. Asprezza, durezza, tensioni che inspiri e non riesci più a rilasciare – si attaccano addosso come un tessuto impermeabile che non lascia respirare la pelle. Le persone accanto a te ti dicono che dovresti “semplicemente lasciar perdere” mentre tutto il tuo corpo reagisce come se fossi caduta in un’imboscata.
Ecco, stiamo per smontare insieme questo mito tossico che ha fatto soffrire troppe persone altamente sensibili.
Perché mentre tutti intorno a te sembrano uscire dalle discussioni come se nulla fosse, tu ti ritrovi con il sistema nervoso in fiamme e una stanchezza che ti svuota per giorni.
Rabbia al quadrato
Mettiti comoda e prenditi il tempo di un caffè. Voglio raccontarti una cosa che cambia prospettiva: la rabbia per le persone altamente sensibili è un’emozione che vale doppio.
Quello che percepisci non è un’impressione soggettiva. La neurobiologia ci mostra che mentre una persona non-PAS può entrare in una discussione accesa, scaricare la tensione e andare avanti, il tuo cervello altamente sensibile sta vivendo qualcosa di completamente diverso. I tuoi neuroni specchio sono iperattivi – letteralmente senti la rabbia dell’altra persona come se fosse la tua. Il tuo sistema nervoso, già naturalmente più reattivo, viene bombardato da stimoli che interpreta come pericolo imminente.
Non stai esagerando. Stai avendo una risposta fisiologica normale per il tuo tipo di cervello.
Quando ‘normale’ non è la tua normalità
La dottoressa Elaine Aron, che ha dato nome a questo tratto, ha scoperto che noi PAS elaboriamo le informazioni più profondamente degli altri. Significa che quando c’è tensione, non sentiamo solo la superficie – percepiamo ogni sottotono, ogni micro-espressione, ogni cambiamento energetico nella stanza.
È come essere l’unica persona in una stanza che sente tutti i sussurri, mentre gli altri percepiscono solo le grida.
La trappola del “falso sé” (E come ne esci)
Ora, la parte che fa più male.
Crescendo, hai probabilmente imparato che il tuo modo di sentire era “sbagliato”. Troppo intenso e troppo diverso da quanto percepiscono tutti gli altri per poterlo considerare vero. Così hai fatto quello che fanno, più o meno coscientemente, tutte le PAS: hai creato un falso sé che sapesse gestire il mondo “normale”.
Come dice brillantemente Christel Petitcollin nel suo libro “Il potere nascosto degli ipersensibili”: “Ciò che paralizza gli iperefficienti mentali in un rapporto di dipendenza psicologica è il loro falso sé. Questo falso sé è programmato per soddisfare tutte le aspettative, si attiva in modo automatico ed è un meccanismo che conferisce ai narcisisti perversi un potere inebriante.”
Hai imparato a sorridere quando dentro urlavi. A dire “va tutto bene” quando il tuo sistema nervoso era in modalità sopravvivenza. A scusarti per reazioni che erano perfettamente legittime per il tuo tipo di cervello.
Il problema? Questo falso sé ti ha reso vulnerabile a dinamiche tossiche.
Perché mentre tu cercavi disperatamente di “essere normale”, altre persone hanno imparato a sfruttare la tua sensibilità. Se ti è successo, scommetto che in quel momento ti sei chiesta: ‘ma ho un cartello in fronte che dice litighiamo? Per non parlare poi di tutti i tentativi di spiegare e trovare una soluzione che venivano usati contro di te!
Non era casualità. Era la tua sensibilità che veniva manipolata.
Il conto salato dell’essere sempre disponibile
Forse mentre leggi queste parole stai annuendo, riconoscendo situazioni che hai vissuto. Ecco perché voglio condividere con te ciò che ho vissuto sulla mia pelle, perché illustra perfettamente questo meccanismo del falso sé.
Per molti anni ho lavorato come impiegata amministrativa presso una piccola azienda a conduzione familiare. Era esattamente quello che Petitcollin descrive: un ambiente dove il mio falso sé si attivava automaticamente, programmato per soddisfare tutte le aspettative. Le dinamiche di quell’ufficio erano, per me, come un campo minato emotivo dove ogni passo poteva scatenare un conflitto.
E io? Io cascavo sempre nella stessa trappola.
Il mio sistema nervoso altamente sensibile percepiva ogni minima tensione nell’aria, ogni sguardo storto, ogni parola detta con un tono leggermente diverso dal solito. Così mi trasformavo automaticamente nel “parafulmine umano” dell’ufficio – quella che attirava tutte le scariche elettriche delle frustrazioni altrui.
Ma ecco il paradosso crudele: più il mio falso sé si dava da fare per evitare i conflitti, più ne attirava. Era come se i titolari avessero intuito che la mia sensibilità era una leva da premere per ottenere quello che volevano. Vivevo situazioni che riuscivano a tirare fuori la parte peggiore di me – quella rabbia disperata che esplode quando ti senti in trappola – e poi, la beffa finale: io ne uscivo completamente distrutta, mentre loro sembravano nutrirsi di quell’energia conflittuale.
Ci sono voluti anni per capire che non era casuale. Era un meccanismo perfetto: il mio bisogno di armonia usato contro di me stessa.
La svolta è arrivata quando ho iniziato a riconoscere il mio falso sé in azione. Quando ho imparato a disattivarlo prima che mi trascinasse nel solito copione. Non è stato facile – significava rinunciare alla mia immagine di “brava impiegata”, quella che nonostante tutto trova sempre la soluzione. Ma quando ho smesso di farmi trascinare in quegli sterili scontri, qualcosa di profondamente liberatorio è avvenuto: hanno perso la presa su di me. Il loro modo di fare è rimasto identico, semplicemente io non ero più il polo opposto che risuonava a quella frequenza.
Quello che succede veramente nel tuo corpo durante un conflitto
Solo in seguito ho scoperto che la mia storia personale era un esempio di ciò che la ricerca scientifica descrive con una precisione disarmante. Mi sono riletta e legittimata con le parole di Ilse Sand nel suo libro “Troppo sensibile”: “Noi ipersensibili non siamo bravi a prendere le cose alla leggera e odiamo trovarci in situazioni di conflitto. Non sopportiamo di assistere a litigi o anche solo percepire una brutta atmosfera.”
E continua: “Il fatto è che non senti soltanto le tue emozioni, ma anche quelle degli altri. Il tuo sistema nervoso subisce fortemente l’impatto di una brutta atmosfera.”
Quello che accade è che il tuo sistema nervoso parasimpatico – quello che dovrebbe mantenerti calma – viene sopraffatto. La produzione di cortisolo schizza alle stelle. Come una carta assorbente, assorbi le emozioni dell’altra persona, aggiungendole alle tue senza un percepibile confine e una tangibile distinzione, tutto insieme in un groviglio emotivo.
Il risultato? Un cocktail neurochimico che ti lascia esausta per giorni.
E mentre gli altri si alzano dal tavolo e pensano già a cosa ordinare per cena, tu sei ancora lì, con la scena che ti rimbalza addosso come un film in loop. Non è testardaggine: è il tuo cervello che non ha ancora chiuso il file.
Il file non è archiviato perché il tuo cervello continua a processare, analizzare, cercare soluzioni, rimuginare su cosa avresti potuto dire diversamente.
Non è ossessività – è il tuo cervello che cerca di metabolizzare un’esperienza vissuta con intensità moltiplicata.
Le altre persone escono dal confronto. Tu ne rimani intrappolata.
E quando le tensioni si prolungano? Quando diventano quotidiane? Il tuo sistema nervoso entra in quello stato che io chiamo “ipervigilanza cronica” – sempre all’erta, sempre pronto al prossimo attacco, sempre stanco.
Svelare la rabbia che ti neghi
Parliamo di quella rabbia che ti vergogni di provare.
Quella rabbia verso chi ti dice di “lasciar perdere”. Verso chi preme sulla tua leva e attiva “quel” meccanismo, rabbia verso te stessa e verso un mondo in cui le persone altamente sensibili sono una minoranza.
Quella rabbia è giusta. Ed è necessaria.
Perché sai cosa ho scoperto lavorando con molte PAS?
- Che la rabbia repressa si può trasformare in depressione. La ricerca scientifica conferma che quando la rabbia viene repressa, la persona può sentirsi impotente e priva di energia, perdere interesse per le attività che solitamente la rendono felice, sviluppare difficoltà di concentrazione e sentimenti di tristezza.
- Che lo scontro apparentemente evitato ma interiormente subito, nel lungo termine può divenire autodistruzione, perché quando non impari a gestire la tua rabbia in modo sano, finisci per rivoltarla contro te stessa.
- Che molte di noi hanno una resistenza quasi patologica a sviluppare un ego sano. Crediamo erroneamente che pensare al nostro benessere ci renda egoiste o superficiali. Ma è esattamente il contrario: quando il nostro ego è “famelico” – quando non ci prendiamo cura di noi stesse – diventa invadente e problematico. Solo quando ci nutriamo adeguatamente a livello emotivo diventiamo davvero disponibili e generose verso gli altri.
Questo è fondamentale da capire: l’alta sensibilità è il contrario dell’impulsività. Eppure, come osserva Sand, quando gli ipersensibili non possono sottrarsi agli stimoli eccessivi, possono avere esplosioni di rabbia o agire d’impulso per venire fuori da una situazione che non si sentono in grado di gestire.
La verità è che tu, come PAS, hai tutto il diritto di arrabbiarti quando:
- Qualcuno sminuisce il tuo modo di percepire
- Vieni etichettata
- Le tue esigenze di tranquillità vengono ignorate
- Vieni spinta oltre i tuoi limiti di sopportazione
La tua rabbia è informazione. È il tuo sistema che ti dice: questo non va bene per me.
Tuttavia, poiché come PAS non ami la rabbia, che è un’energia molto potente e indisciplinata, non ti concedi nemmeno di ascoltare questo suo messaggio, la ignori fino ad arrivare ad oltrepassare il tuo limite e perdi le staffe. A quel punto la visione si polarizza, tutto è bianco o nero e perdi la capacità di metterti nei panni altrui.
Una lite accesa, che a qualcuno potrebbe arrecare sollievo, risulta invece faticosa per una persona altamente sensibile, portando squilibrio nel suo sistema nervoso.
Radice quadrata della rabbia
Ora, una verità scomoda che nessuno ti dice.
Christel Petitcollin lo scrive senza mezzi termini: “Per fronteggiare un perverso occorre disattivare il proprio falso sé e affrontarlo con consistenza e fermezza. Ciò significa rinunciare all’educazione, alla cortesia, alla diplomazia e soprattutto a raggiungere un compromesso che soddisfi entrambe le parti.”
Sì, hai letto bene.
Certe persone non hanno limiti, e rispetteranno solo quelli imposti con vigorosa autorità, non di certo quelli provenienti da te quando sei in modalità “troviamo una soluzione” oppure “facciamo pace”. Per sfuggire alla dipendenza emotiva, bisognerebbe parlare al manipolatore nella sua stessa lingua – il che è agli antipodi della personalità di una PAS.
Ecco perché molte di noi finiscono intrappolate in relazioni negative. Perché ci fidiamo, insistiamo a credere nella buona fede altrui anche se veniamo trattate male in continuazione.
Ma c’è una via d’uscita che non tradisce la tua natura.
Non serve diventare cinica o aggressiva. Puoi imparare a riconoscere chi merita la tua energia e chi no. Puoi sviluppare quella che io chiamo “saggezza discriminante” – la capacità di proteggere la tua sensibilità senza chiudere il cuore.
Dall’analisi all’azione: trasformare la consapevolezza in cambiamento
Ora che abbiamo fatto luce sui meccanismi che ci sabotano, è tempo di cambiare prospettiva. Partiamo da una certezza: non possiamo cancellare le ferite che abbiamo subito e gli urti della vita, ma possiamo imparare a conviverci. Quando accettiamo le nostre perdite emotive – invece di negarle o minimizzarle – trasformiamo quella rabbia bruciante in qualcosa di più gestibile: il lutto. E il lutto, a differenza della rabbia repressa, può essere elaborato e lasciato andare.
Ma elaborare non significa solo capire. Significa agire diversamente.
Ora che riconosci questi meccanismi, cosa ne farai?
Puoi continuare a subire, sperando che il mondo diventi improvvisamente più gentile. Oppure puoi decidere che è arrivato il momento di imparare a navigare la tua sensibilità invece di esserne travolta.
Il tuo corpo di persona altamente sensibile ha vissuto anni di iperattivazione. Ha imparato a vivere in allerta costante, sempre pronto ad assorbire ogni stimolo, sempre sovrastimolato. Il sistema nervoso iperattivo, i neuroni specchio in sovraccarico, quel groviglio emotivo di cui abbiamo parlato – tutto questo ha lasciato tracce profonde nel tuo corpo.
Ora ha bisogno di imparare qualcosa di completamente nuovo: come regolarsi. Come distinguere tra ciò che è davvero tuo e ciò che appartiene agli altri. Come tornare a casa dopo essere stato disperso in mille direzioni.
Questo richiede approcci che riconoscano la tua unicità, non metodi standardizzati pensati per chi ha una sensibilità “normale”. Serve un movimento che onori la tua sensibilità invece di sovrastimarla. Un respiro che accompagni la tua natura reattiva invece di forzarla. Strumenti che ti insegnino ad ascoltare i segnali del corpo prima che diventino emergenze, che riequilibrino un sistema energetico costantemente sollecitato.
Approcci pensati appositamente per la tua natura, che rispettino la tua sensibilità invece di negarla.
Come avrai capito, si tratta di percorsi da fare – percorsi che ti porteranno a lavorare dentro di te, a toccare ferite più o meno dolorose, emozioni non digerite, schemi mentali latenti e sistemi di credenze ostacolanti. Non certo formule rapide.
Nei miei articoli
Quando il corpo non è più uno spazio sicuro in cui abitare
L’arte di creare la pratica che il tuo corpo stava aspettando
puoi trovare molti approfondimenti in merito alle tecniche e al mio metodo.
Perché vale la pena complicarsi la vita
Potresti obiettare: che i percorsi sono lunghi e faticosi e quindi perché complicarsi la vita?
Perché il mondo non cambierà per adattarsi alla tua ipersensibilità. Non diventerà improvvisamente più gentile, più silenzioso, più comprensivo. Le persone continueranno a urlare, a creare tensioni, a essere insensibili.
Ma tu puoi cambiare il modo in cui ti relazioni con tutto questo.
Puoi imparare a proteggere la tua energia senza chiuderti al mondo. Puoi sviluppare la capacità di stare nelle discussioni necessarie senza esserne distrutta. Puoi trasformare la tua alta sensibilità da vulnerabilità in saggezza.
Ilse Sand lo dice chiaramente: “Quanto più avrai il coraggio di esporti, tanto più profonde saranno le tue relazioni. Entro breve termine potrà sembrare più facile dirsi che non importa – specie se la collera ti mette a disagio – ma a lungo andare non è una buona idea.”
Non è facile. Richiede pratica, pazienza e forza di volontà.
Se non hai il coraggio di esprimere i sentimenti negativi, rischi di indugiare in relazioni superficiali e insoddisfacenti. E questo, per una persona altamente sensibile che brama connessioni autentiche, è una forma di morte lenta.
La possibilità che hai
Immagina per un momento di svegliarti domani mattina e di NON sentirti in colpa per aver bisogno di silenzio dopo una giornata intensa.
Di non doverti scusare quando una critica ti ferisce più profondamente che altri. Di poter dire “questo non va bene per me” senza sentirti egoista.
Questo non è un sogno impossibile. È il risultato naturale di imparare a onorare la tua natura invece di combatterla.
Quando smetti di cercare di essere “normale” e inizi a essere abile, tutto cambia. Le tensioni non spariscono, ma smetti di esserne devastata. La collera non scompare, ma diventa un’energia al tuo servizio invece che debilitante.
Il test che cambia tutto
Ti stai ancora chiedendo se sei veramente una PAS?
Esiste un test scientifico, sviluppato dalla dottoressa Aron stessa, che può darti le risposte che cerchi. Non è una diagnosi – essere PAS non è una patologia – ma è una chiave di comprensione che può letteralmente salvare la tua vita emotiva.
Test di Elaine Aron per le PAS
Perché il primo atto di cura è sapere chi sei veramente.
E la prossima volta che qualcuno ti dice di ‘lascia perdere’, puoi sorridere pensando che è come chiedere a Superman di ignorare la kryptonite perché ‘è solo un sassolino verde’.
Se desideri sperimentare il mio metodo puoi raggiungermi per una consulenza.
Qualunque sia il prossimo passo che sceglierai, ricorda che sei già sulla strada giusta: hai iniziato a riconoscere e dare un nome alla tua esperienza.
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